Referendum, le ragioni del sì. Mirco Giubilei: “Per un Parlamento più compatto, incisivo e operativo”

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(intervista pubblicata su TeverePost del 10 settembre 2020 – LINK)

Mirco Giubilei, ingegnere civile, è da molti anni impegnato nell’associazionismo civico e nella vita politica di Sansepolcro, di cui è stato anche candidato a sindaco nel 2011. Attualmente è un attivista del Movimento 5 Stelle e nell’intervista rilasciata a TeverePost ha perorato la causa del voto favorevole al referendum costituzionale in programma il 20 e 21 settembre.

Perché votare sì?

Con il sì possiamo approvare una riforma annunciata più volte nel corso degli anni, promossa da molteplici Governi e schieramenti che finora non erano mai riusciti a giungere all’ultimo passo dell’approvazione definitiva. Ora ci siamo, la legge di modifica costituzionale è stata già approvata – quasi all’unanimità – e si chiede ai cittadini se confermare questa modifica oppure lasciare tutto come prima. La diminuzione del numero dei parlamentari sarà necessariamente il primo passo concreto verso l’attuazione di riforme correlate dei regolamenti parlamentari oltre a una seria legge elettorale per garantire maggiore efficienza alle Camere, la giusta rappresentanza dei territori e tentare di recuperare finalmente un rapporto di sano confronto tra eletti ed elettori.

Proprio a proposito dei territori, non c’è il rischio che perdano rappresentatività?

La rappresentatività, purtroppo, non dipende dal numero dei rappresentanti. Dipende anzi, soprattutto, dal loro valore e dalla loro serietà. Abbiamo un gran numero di parlamentari con l’80% o anche oltre di assenze dalle sedute parlamentari: chi rappresentano costoro? Nella riforma dei regolamenti parlamentari sarà importante cercare di prevedere, se possibile, delle clausole di decadenza per questi soggetti che spesso passano molto tempo in televisione a pontificare sui massimi sistemi anziché stare in aula a lavorare. Abbiamo inoltre da sempre territori, tra cui purtroppo il nostro, privi di rappresentanza in Parlamento per il semplice fatto che la gran parte dei partiti candida persone di altra provenienza, che non hanno in genere nessuna conoscenza delle realtà in cui si candidano. Se guardiamo gli attuali eletti nelle nostre circoscrizioni, ad esempio, abbiamo una deputata di Verona e una senatrice di Pavia: siamo sicuri di avere davvero una corretta rappresentanza? Il tema della rappresentanza dei territori per me, olivettiano convinto, è particolarmente importante, ma può essere assicurata solo disegnando correttamente i confini dei collegi elettorali – argomento che attiene tuttavia alla legge elettorale, non alla Costituzione e dunque esula dal referendum – facendoli coincidere con realtà territoriali omogenee (quelle che Adriano Olivetti chiamava “comunità”).

Spesso i sostenitori del taglio parlano di “casta”. Ma non c’è il rischio che, una volta ridotta di numero, diventi una cerchia ancora più potente e lontana dai cittadini?

Il numero dei parlamentari non c’entra nulla. L’Italia è una repubblica parlamentare e il Parlamento dovrebbe essere il cuore dello Stato, essendone l’organo legislativo. Eppure, ogni anno in media vengono approvate solo una venticinquina di leggi di iniziativa parlamentare – spesso riferite ad argomenti non di primario rilievo – mentre la grande maggioranza delle leggi approvate sono in realtà semplici ratifiche di provvedimenti del Governo. Nella passata legislatura la Camera dei Deputati ha approvato complessivamente 125 leggi di iniziativa parlamentare a fronte di 295 di iniziativa governativa. Il Parlamento attuale, composto da 945 persone oltre ai senatori a vita, è dunque oggi svuotato, avendo rinunciato alle proprie prerogative in nome di una ormai consolidata (da almeno trenta anni) supremazia dei Governi. Non è dunque nel numero dei parlamentari, ma nella loro capacità di adempiere al proprio ruolo, la vera questione politica. Un Parlamento più “leggero”, con una intelligente riforma dei regolamenti parlamentari, potrebbe essere verosimilmente più compatto, incisivo e operativo di quello attuale.

Quindi meno parlamentari può significare che mediamente si avrà un parlamento di maggiore qualità?

Anche in questo caso il numero dei parlamentari c’entra poco. La qualità è fatta dalle persone e purtroppo gli arruffapopolo, bravi a sollecitare la “pancia” pur conoscendo a malapena le basi stesse della vita quotidiana (tipo la differenza tra “utile” e “fatturato”, per dirne una), avranno comunque un loro seguito e saranno comunque eletti. La speranza, legittima, è che essendo minori i posti da inserire nelle liste, i partiti siano in un certo senso costretti a schierare la loro “formazione” migliore, privilegiando dunque i candidati più validi. Resta comunque ai cittadini elettori il compito più importante: scegliere bene. Il Movimento 5 Stelle in questi giorni ha proposto di ripristinare il voto di preferenza nelle elezioni politiche, sostanzialmente cancellato dal 1993: ritengo fondamentale restituire ai cittadini il diritto di decidere autonomamente i propri rappresentanti anziché delegare tale scelta – come di fatto avviene oggi – ai leader di partito.

Secondo te quale sarà l’esito del voto?

L’esito del voto è fuori discussione. Stiamo parlando di un referendum in cui si chiede di confermare una riforma votata dalla quasi totalità delle forze politiche in Parlamento (553 voti favorevoli e solo 14 contrari nell’ultima votazione). Nel momento in cui i Radicali hanno avviato la raccolta firme per indire il referendum hanno ottenuto appena 669 firme in tutta Italia a fronte delle 500.000 necessarie. Si tratta dunque di una riforma largamente condivisa dalla popolazione. Alcuni gruppi della grande stampa nazionale stanno facendo in queste settimane una disperata campagna per il no, ma con argomenti così deboli e con eccessi di allarmismo che – anche in analoghe precedenti campagne elettorali – non hanno mai convinto nessuno.

I sondaggi individuano tuttavia molti indecisi, che appello gli rivolgi?

Prima di tutto vorrei invitare tutti ad andare a votare. È bene chiarire un aspetto che per molti non è chiaro: in caso di vittoria del sì non dovrà essere fatta nessuna nuova legge per applicare il risultato referendario. Il sì serve appunto a confermare una legge di modifica costituzionale già approvata dal Parlamento. Si tratta di un referendum senza quorum, come previsto dalla Costituzione su votazioni di questo tipo. Non è un referendum “classico” come, ad esempio, quello sull’acqua per il quale è giunta solo ora in Parlamento – dopo nove anni – una proposta di legge per applicare quanto deciso dai cittadini. L’invito dunque è quello di dare la giusta importanza ad un voto che andrà a modificare le nostre istituzioni nazionali. Agli indecisi dico di informarsi serenamente in questi giorni e di non farsi spaventare dagli ormai immancabili complottisti. Si tratta di una riforma chiarissima, estremamente diversa da quelle precedenti del 2006 e del 2016 che mescolavano insieme molteplici questioni stravolgendo la Costituzione. Stavolta il quesito è chiarissimo e modifica solo tre articoli della Costituzione. Votate sereni e votate informati.

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