Il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone, la moglie e la scorta trovarono la morte in un drammatico attentato mafioso all’altezza dello svincolo di Capaci. Appena 57 giorni dopo la Mafia ucciderà anche Paolo Borsellino in Via D’Amelio a Palermo. Sono immagini che resteranno per sempre nella memoria collettiva come monito e come testimonianza di due uomini straordinari che non hanno mai chinato il capo ben sapendo cosa stessero rischiando.

Il loro sacrificio non deve essere vano, come non deve essere vano il sacrificio dei tantissimi morti nella lotta alla Mafia.

Lo scorso 14 maggio abbiamo vissuto una serata davvero coinvolgente a Sansepolcro insieme a chi la lotta alla Mafia la vive quotidianamente. Renato Scalia (Fondazione Caponnetto) e Maurizio Pascucci (Associazione Fior di Corleone) hanno parlato a lungo della loro esperienza e di come ormai la Mafia sia profondamente radicata anche fuori dalla Sicilia, persino nella terra aretina.

Il primo passo per combattere la Mafia è parlarne, non chinare il capo e fare informazione. Ci sembra dunque un bel modo di ricordare Falcone, ma soprattutto il suo esempio, pubblicare un documento che proprio la Fondazione Caponnetto ci ha fornito: il rapporto sulle infiltrazioni di stampa mafioso nella provincia di Arezzo (vedi).

14 maggio

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